MTM n°11
MEDICAL TEAM MAGAZINE
Anno 4 - Numero 1 - gen/apr 2005
Editoriale
 


Dott. Eugenio Raimondo
Il Dott. Eugenio Raimondo
Direttore scientifico e responsabile editoriale.


Anno 4 - Numero 1
gen/apr 2005


Piccoli soldatini, Danilo mio figlio
di Eugenio Raimondo

direttore@mtmweb.it

DaniloDanilo Kiev era sotto un manto bianco. Vi giungemmo di notte. All’arrivo all’aeroporto pensavo al destino che avremmo condiviso con una creatura che ci aspettava. La vecchia fiat 1100, che la procuratrice aveva prenotato da Roma, slittava con le sue ruote consumate. Con Elvira ci guardavamo intorno ma eravamo troppo emozionati per pensare ad un eventuale incidente. In periferia lasciavamo grandi costruzioni, briciole di un socialismo ormai passato. Quando entrammo in città tutto sembrava diverso. Kiev è una città europea e non ha nulla da invidiare ad altre metropoli, nemmeno nelle ripercussioni peggiori del capitalismo. Mano a mano il manto bianco diventava nero. Camion, automobili nuove che non si vedono neanche in Italia e tante altre catorci. I nostri bagagli erano dappertutto, naturalmente anche sulle cosce, impedendoci i movimenti più semplici. Una coppia, sapendo di restarci un mese ha riempito una valigia di spaghetti e pelati. «Non si sa mai» diceva «siamo nell’Est». Giungemmo finalmente nel nostro appartamento, piccolo ma dignitoso. Il costo? Ah già, è importante: 40 euro al giorno. Ed ancora: 1300 euro il viaggio per due persone, 2500 all’Associazione Chiara, 5000 alla procuratrice, altri 3500 per tutto il resto: spostamenti interni, taxi, alberghi, ristoranti. Non è incluso ovviamente, tra queste spese, il nuovo abbigliamento del figlio che ti aspetta, perché personale per qualità, gusto, disponibilità di ogni coppia. Il giorno dopo disponemmo i nostri vestiti negli armadi condivisi con il proprietario, che per l’occasione alloggiava da un amico. Dalle cornici e dai pennelli sparsi per casa desumemmo fosse un pittore. Il nostro appuntamento all’Ufficio Adozioni era fissato per due giorni dopo. Ci era stato detto che ormai avevano assegnato alla nostra coppia il bambino o bambina e che dovevamo accettare serenamente la combinazione non casuale. La scelta sarebbe stata fatta in relazione al nostro tenore di vita, alle nostre attività ed alle caratteristiche della nostra famiglia. Non fù così. Nel lungo corridoio dell’ufficio in cui ci bisbigliavamo le nostre emozioni, tra americani, spagnoli, italiani, si proiettavano dal muro sui nostri occhi curiosi i quadri più belli che l’uomo abbia potuto creare: erano i volti dei bambini che avevano trovato una famiglia ed erano felici e sorridenti. Scoprii che la assegnazione è casuale come lo è la coppia che giunge ad un tavolo piuttosto che ad un altro. Se ti assenti un attimo per andare a fare la pipì ti passa una coppia avanti e magari adotta il figlio che avrebbero dato a te. Un arcobaleno di sentimenti, il cuore che ti va a mille quando ti tocca e scopri che devi scegliere tra tre foto. Nessun autore può scrivere quelle emozioni. Si chiama Danilo, vive in Orfanotrofio a 900 chilometri di distanza. Tre foto nella sua cartella, da angolature e spigolature di vita diverse, espressione di una volontà da parte del suo autore di farlo scegliere al più presto. Gli altri bambini in bianco e nero e foto tessera. Forse è stato questo a convincere Elvira a propormi questa scelta. Gli occhi furbi, lo sguardo all’infinito, le piccole gambe disegnate da una distesa di capillari sotto un pantaloncino da giamburrasca. È lui mio figlio, è lui che ho sempre cercato, l’Amore della mia vita. Il giorno che lo incontrammo, in un paese sperduto dell’Ucraina, era teso, ma orgoglioso e fiero di questi due genitori alti e italiani. Poche parole in russo: «Vi aspettavo in primavera, avete trovato prima la strada». La Direttrice ci presenta questo piccolo anatroccolo tremante, con pelle chiara e nistagmo. Tante piccole macchie sul viso come se fossero state tracciate da un pennarello colorato. Ha giocato pensammo e si è sporcato. Macchè, erano bollicine disinfettate con una specie di tintura.«Lo prendete comunque?» ci chiese. Dall’aspetto non sembrava certo un bel bambino, ma era mio figlio. «E poi io non sono mica tanto bello» dissi a mia moglie. Piccoli soldatini sembravano i bambini dell’Istituto. Aspettavano tutti il loro papà e la loro mamma. Autosufficienti già a due anni. E quando uno di loro andava via erano gioiosi. Un giorno chissà sarebbe toccato a loro. Piccoli soldatini in attesa del loro comandante. Danilo è mio figlio ed io sono tuo padre. È questo ciò che conta, mio tesoro.