MTM n°20
MEDICAL TEAM MAGAZINE
Anno 7 - Numero 2 - mag/ago 2008
Dibattito - la cultura
 


Maria Immacolata Macioti
Maria Immacolata Macioti
Insegna presso l’Università degli studi di Roma La Sapienza Cross Cultural Comunication, Processi Culturali e Sociologia delle Religioni


Anno 7 - Numero 2
mag/ago 2008

 

Riconoscere che le culture sono tante, che hanno svolto una certa funzione, che deve essere riconosciuta loro dignità, diritto all’esistenza, non è facile


Non si comprende che conoscere diverse culture, avere occasioni di confronto equivale ad avere maggiori occasioni di arricchimento, di crescita




Che cos'è la cultura?
La cultura non è innata: la si apprende con l’educazione, attraverso l’esempio, l’esperienza, fin da piccoli

di Maria Immacolata Macioti

pensatoreRispetto al mondo classico la cultura ha vissuto grandi cambiamenti. Si legava un tempo alle Muse, quindi alle arti, alle classi colte. Oggi, quando si parla di cultura non si intende invece necessariamente la cultura alta. Può essere cultura anche un semplice oggetto come un tavolo, una sedia, un utensile della cucina: tutti manufatti che rinviano a un determinato periodo storico e sociale nel cui ambito sono stati ipotizzati, realizzati, utilizzati.
L’antropologia culturale, tra le varie scienze sociali, è stata probabilmente quella che maggiormente si è battuta per un cambiamento, per un allargamento del concetto di cultura. Nel mondo della classicità greco-romana gli incolti, i barbari sono gli altri. Oggi si insiste sul fatto che ogni cultura ha una sua storia e dignità e che va accettata su un piano paritario con quelle tradizionalmente più consolidate [anche se a volte ce lo dimentichiamo; è accaduto con gli albanesi, sta accadendo con i romeni e con i rom]. Non più quindi cultura intesa esclusivamente come arte, diritto, letteratura o filosofia. Ma anche come vita quotidiana: ed è a partire da questa nuova prospettiva, da quest’ottica si è avuta una rivalutazione, accanto alle culture fondate sulla scrittura, di culture fondate invece sull’oralità. Si è compreso, insieme, che il mondo non è racchiuso nei confini dell’Occidente e che comprenderlo vuol dire conoscere, secondo l’insegnamento di Tylor, costumi e abitudini, abilità diverse. Ma una cosa è saperlo, intellettualmente. Un’altra cosa è muoversi in base a questa convinzione, renderla viva, operante.
La cultura non è innata: la si apprende con l’educazione, attraverso l’esempio, l’esperienza, fin da piccoli. Ci si adatta in genere alle richieste della società in cui si vive: si apprende la lingua, in primo luogo; ma anche alcune abilità basilari. Ad acquisire modelli di comportamento e a farsene orientare. A muoversi in un mondo di segni, simboli, significati condivisi. Crescendo all’interno di una cultura tendiamo facilmente ad assolutizzare quanto appreso, a immaginare che i nostri modelli culturali, i nostri simboli e valori siano «normali». Che non lo siano quelli altrui. E in effetti il confronto internazionale che deriva dai processi di globalizzazione e dalle migrazioni non è certo semplice: facilmente nutriamo preconcetti, interiorizziamo stereotipi negativi riguardo alle culture altre. Che a loro volta possono ripagarci della stessa moneta, generalizzando in modo indebito.
Ma se è vero che esistono differenze, è anche vero che possono esistere assonanze, analogie. E che vivere in un mondo in cui esistono più culture può essere più stimolante che non vivere in un contesto monoculturale. Sempre che si sia disponibili al confronto, che non ci si arrocchi preventivamente sulla pretesa di un inesistente primato o di una supposta superiorità culturale. Che si sia disponibili a chiamare in causa, a mettere in dubbio la posizione etnocentrica che ha caratterizzato larga parte del nostro passato, quando pensavamo che l’antica Grecia e poi Roma, la Roma repubblicana e poi l’Occidente fossero l’ombelico, il centro del mondo.
Riconoscere che le culture sono tante, che hanno svolto una certa funzione, che deve essere riconosciuta loro dignità, diritto all’esistenza, non è facile. Ancora oggi vi è chi ritiene che esistano culture [quelle del Nord America, dell’Europa del Nord-Ovest] più stimabili, laddove altre [quelle dei paesi meno sviluppati] non potrebbero reggere il paragone. È vero che esistono, ancora oggi, culture egemoniche e culture subalterne. Ma perché? Perché il potere è ancora oggi e forse oggi più che mai, una merce rara, nelle mani di pochi. Chi non ha in mano le leve economiche del potere è escluso dalla fruizione di certi beni culturali, di certi modi di vita. Viene spinto ai margini della storia: ma non si tratta di un dato naturale. Le cause sono politiche e sociali. Siamo oggi in un contesto in cui vivono insieme diverse culture. Alcune, millenarie, come quelle indiana o cinese. Eppure in Italia si conoscono poco, non si comprende che conoscere diverse culture, avere occasioni di confronto equivale ad avere maggiori occasioni di arricchimento, di crescita. Si cerca di respingere le culture altre, come ci fosse da difendere una supposta, monolitica e incerta cultura italiana. Ma non siamo noi tutti il derivato di complesse vicende storiche e geografiche che hanno portato sul nostro territorio genti di paesi lontani e diversi, fin dall’epoca preromana e romana? Non abbiamo forse avuto molteplici contaminazioni, da parte dei longobardi, dei celti, dei franchi? Abbiamo vissuto scambi, contaminazioni con i paesi del Mediterraneo, con la cultura araba, con gli spagnoli, i francesi, i tedeschi. La sfida di oggi consiste proprio nel sapere aprirsi al confronto con altre culture, dando vita a realtà sociali più ricche, in grado di valorizzare diverse culture e trasmettere valori, modelli, capacità, abilità alle nuove generazioni.