MTM n°20
MEDICAL TEAM MAGAZINE
Anno 7 - Numero 2 - mag/ago 2008
Dibattito - la cultura
 


Prof. Enrico Pugliese
Prof. Enrico Pugliese
Professore ordinario di Sociologia all’Università di Napoli Federico II


Anno 7 - Numero 2
mag/ago 2008

 

Il problema da porsi non è tanto se siano giuste o sbagliate queste credenze quanto il perché si sviluppino e perché c’è tanta aggressività nei confronti di un popolo storicamente martoriato


Un minimo di rispetto e di comprensione quello sì! Ed è quello che in Italia ancora manca. E ciò spiega anche perché in Italia abbiamo il più alto livello di intolleranza nei confronti dei Rom e della loro cultura all’interno dei paesi dell’Unione Europea




Stranieri e incontro [o mancato incontro] tra culture: il caso dei Rom

del Prof. Enrico Pugliese

maniIl miglior modo per parlare delle culture degli immigrati e del confronto tra la cultura nazionale e quella dei vari gruppi che arrivano ormai da una trentina di anni nel nostro paese è quello di riferire il discorso non a tematiche astratte o a considerazioni generiche bensì a episodi reali e concreti. In effetti è difficile trovare in Italia chi non sia disposto ad ammettere che dal confronto tra le culture scaturisca qualcosa di positivo. Così come è ormai entrato nel senso comune il fatto che l’interazione culturale modifica anche il patrimonio culturale degli immigrati e che ciò è positivo. Nessuno più sostiene che sia giusto discriminare questo o quel gruppo. Ma quando si tratta di affrontare problemi e fatti concreti le cose cambiano e il pregiudizio tende a dominare. Va ancora specificata in premessa l’ovvia considerazione che gli immigrati e gli stranieri in generale nel nostro paese non sono assolutamente un gruppo culturalmente o socialmente omogeneo e che esistono molteplici realtà culturali corrispondenti ai vari gruppi. Tra questi ce n’è uno in particolare al quale vorrei dedicare l’attenzione in questa breve nota anche perché si tratta di un gruppo oggetto di particolare attenzioni tutt’altro che benevole in questo periodo.
È inutile dire che si tratta dei Rom: gruppo che solo in parte è costituito da stranieri essendo invece in buona parte costituito da cittadini italiani, con un ulteriore paradosso rappresentato dal fatto che esistono molti Rom presenti in Italia da trenta o quaranta anni e in posizione irregolare dal punto di vista del permesso di soggiorno.
Ciò che ha portato alla ribalta i Rom sono state da una parte la notizia -tutt’altro che verificata- del tentativo di furto di una bambina da parte di una ragazzina rom nel Napoletano, dall’altra la contestata decisione del Ministro degli Interni italiano Maroni di prendere le impronte digitali di tutti i Rom presenti in Italia compresi i bambini: decisione condannata dall’Unione Europea in quanto di netto stampo razzista.
Sulla questione del furto dei bambini da parte dei Rom, si ripropone eternamente una leggenda simile a quella dei sacrifici degli ebrei con il sangue di bambini cristiani assassinati. Chi conosce la situazione sa che non c’è nulla di vero. Ma la credenza resta in vita, anche dopo che è stata legalmente smentita. Così in Italia se una qualunque mamma -per cattiveria, immaginazione o follia -accusa una Rom di volerle rubare il bambino [c’è stato più di un caso], bisogna aspettare il giudizio definitivo del giudice perché venga chiarito che le accuse sono infondate. Questo arriva in generale tardi, ma puntuale: non è vero. Eppure la credulità di fronte all’improbabile furto di bambina denunciato di recente a Napoli è stata unanime e generalizzata, riguardando anche vertici istituzionali.
bambinaComunque il problema da porsi non è tanto se siano giuste o sbagliate queste credenze quanto il perché si sviluppino e perché c’è tanta aggressività nei confronti di un popolo storicamente martoriato [si pensi solo allo sterminio di massa avvenuto nei campi di concentramento nazista]. Come è noto, il razzismo può essere o di tipo biologico o di tipo culturalista. Nel primo caso si ritiene che le caratteristiche morali e culturali siano ereditate per trasmissione genetica e biologica. Ma ormai questa concezione è universalmente superata e si ricorre all’altra, più insidiosa, forma di razzismo che è quella culturale. Così ad esempio per i Rom si ritiene che le [presunte] negative caratteristiche della loro cultura [tendenza alla delinquenza e in particolare al furto, magari nei bambini] vengano trasmesse culturalmente attraverso i processi educativi e di formazione dell’identità. In sostanza non c’è nessuna differenza tant’è che la decisione di prendere le impronte va bene sia nell’uno che nell’altro caso. L’altro assunto è quello della reductio ad unum, come se da questo punto di vista tutti i Rom fosserouguali e cioè che nessuno lavora, che tutti sono nomadi, etc.
Ma una concezione del genere e la scelta di prendere le impronte svela la irriducibile opposizione alla comprensione della realtà sociale e culturale dei gruppi “altri”. In effetti nel nostro paese solo dalla Chiesa cattolica [anzi dalle chiese cristiane in generale] si sono levate ferme opposizioni a questo orientamento. Forse per via del carattere ecumenico della tradizione cristiana e conseguentemente della disponibilità all’interazione tra culture varie: non a caso quella che è probabilmente la più vasta componente della popolazione Rom è di religione cristiana. Per comprendere la complessità e la difficoltà della situazione, ma anche le possibilità di incontroe di speranza, suggerirei la lettura del libro di Daniela Lucatti [Romantica gente appena edito dalla casa editrice Magi]. Il libro è uscito proprio alla vigilia delle iniziative propagandistiche della grande stampa e del governo contro iRom e gruppi analoghi culminate nella proposta del ministro Maroni di prendere le impronte digitali a tutti i Rom, bambini compresi. Il libro copre una decina di anni di esperienza dell’ autrice quale referente di un centro di consulenza per stranieri e rom di un comune della Toscana e va avanti attraverso storie di donne e di famiglie. La Lucatti ha anche un occhio antropologico. E comprende benissimo i ruoli, le responsabilità e le gerarchie all’interno delle comunità o del gruppo familiare allargato dei rom, compreso il ruolo fondamentale che le donne hanno nella gestione dei rapporti esterni della famiglia, in particolare nel confronto con le istituzioni. E di queste donne lei parla a lungo e ne rappresenta la realtà sociale e culturale.Tra queste donne incontrate dalla Lucatti nel suo lavoro resta impresso quello di Argia, un personaggio davvero “uguale e diverso”. Stimata e riconosciuta dalla sua gente come una sorta di leader, vive da sola: non ha famiglia. Veste e si acconcia in maniera un po’ diversa dalle altre rom. Aveva trovato un alloggio vuoto attaccato al cimitero, ma l’hanno sfrattata. Si tratta di uno dei casi più interessanti di irriducibilità da parte dell’utente ma anche dell’istituzione. E qui si esprime la rigidità culturale: è qui che i discorsi di incontro tra le culture mostrano di essere chiacchiera astratta. Argia lavora [raccoglie il ferro]. È autonoma e non ha bisogno di nulla: vorrebbe solo non stare nella roulotte infestata da topi e quant’altro. Aspirerebbe ovviamente alla casa popolare. Ma su questo l’istituzione è sorda. Alla fine Argia si ammala e muore nella sua solitudine. Tuttavia tra quello strano utente e la operatrice del servizio si è stabilito un rapporto profondo basato sull’affetto, la solidarietà e la comprensione reciproca.
Questo non è generalizzabile e non deve neanche esserlo: non è necessaria una empatia profonda tra funzionario e utente. Ma un minimo di rispetto e di comprensione quello sì! Ed è quello che in Italia ancora manca. E ciò spiega anche perché in Italia abbiamo il più alto livello di intolleranza nei confronti dei Rom e della loro cultura all’interno dei paesi dell’Unione Europea. Insomma siamo davvero molto indietro.