MTM n°23
MEDICAL TEAM MAGAZINE
Anno 8 - Numero 2 - mag/set 2009
Recensione Musicale
 


Lucio Sessa
Lucio Sessa

Anno 8 - Numero 2
mag/set 2009

 




PJ Harvey & John Parish: A woman a man walk by [2009]

di Lucio Sessa

PJ Harvey & John ParishFAVOLOSO. LAVORO DENSO E FAVOLOSO.

Va bene, ho un debole dichiarato per Lei, non posso farci nulla, e soprattutto non voglio farci nulla. PJ, qualcuno potrà scambiare questa passione per debolezza, perché chi non rinuncia alla propria passione potrebbe rendersi oggetto di malintesi giudizi, fuorviati dalla distanza mentale ed emozionale che c’è tra mondi diversi, ma altro non è che una volontaria, consapevole, dolce condanna.
In un passato recente, PJ Harvey ha dato vita a lavori di transizione, ma se il risultato di tale gestazione è questo, ben vengano altri anni anonimi nell’espressione “esterna”.
Che disco!
La prima traccia, Black Hearted Love, accende il fuoco di una passione mai sopita, magari non sempre rovente nell’esplicitarsi, ma profonda e totale. Con Sixteen fifteen fourteen, si decolla: timbrica e ritmica chiaramente celtica, atmosfera elettricamente medievale, intrisa di un pathos e drammaticità che solo lei riesce ancora a trasmettere ai sensi di chi ascolta. La terza traccia, Leaving California, pezzo che si insinua lievemente nel disco, mi fa venire in mente di non trascurare la mano di John Parish, uomo che ha evidentemente rivitalizzato la vena creativa di Polly Jean, corroborandone l’animo, conferendole evidentemente sicurezza, fiducia, voglia. Un pezzo apparentemente semplice, il cui incedere lento ma gradevole, è degno della visione di un polistrumentista in grado di trasmettere linfa vitale a tutti: dai “nostri” Afterhours fino ai Giant Sand, in molti si sono avvalsi della sensibilità artistica di cotanto musicista.
PJ HarveyThe Chair, mi porta ad oriente, ma ad un oriente non molto distante dalle città europee che ormai ne contengono evidenti tracce, contaminandone l’animo, il quale a propria volta reagisce restituendo quanto il rock occidentale è in grado di trasmettere, anche in termini di un vago senso “prog”d’annata. Una traccia brevissima che introduce “april”, a prima vista autentico infortunio, tranne per chi ama anche la PJ di “dry”, meno scintillante ed energica del solito, ma disperatamente viva.
The crow ci restituisce la PJ degli esordi, spontanea, che non si preoccupa di piacere a nessuno, forse neanche a se stessa: va avanti, e basta. Non si chiede nulla, si presenta così com’è, prendere o lasciare. Controtempi a chiosare un ritorno atteso per troppo tempo. Bislacca ballata, l’inizio di The soldier, porta nei vortici di un carillon il cui fascino deriva da un apparente perfetto cattivo funzionamento: c’è tutta l’essenza di un animo attraversato da venature di appagante, densa malinconia. PJ Harvey, l’ultima musa. Che urla, subito dopo, Pig will not, straziante sdegno musicale che, se non altro per il tono scelto, ricorda molto da vicino uno dei miei pazzi preferiti, tale John Lydon [do you remember Sex Pistols?]. Si arriva a Passionless pointless, traccia inesorabilmente poco “musicale” e molto scarna e ruvida, che si avvia a chiudere una parentesi attesa da tanto, troppo tempo. I 2 minuti di Cracks in the canvas, mi sorprendono a pensare ciò di cui non dovrei essere sorpreso: senza enfasi, lunga vita a te, PJ.
PJ Harvey & John ParishC’è bisogno di te, nonostante tutto.
E c’è bisogno di chi sa leggerti ed ascoltarti, anche nel silenzio.