MTM n°25
MEDICAL TEAM MAGAZINE
Anno 9 - Numero 1 - gen/apr 2010
Dibattito - Immigrazione
 


Vincenzo Pitaro
Vincenzo Pitaro
Giornalista e Scrittore, autore SIAE per la parte letteraria. www.vincenzopitaro.it


Anno 9 - Numero 1
gen/apr 2010

 

Ogni giorno, a centinaia, entrano in Europa. Ogni giorno incontriamo gli sguardi disperati di bambini albanesi, curdi, kossoviani reduci dalla traversata in mare con gli ormai noti mezzi di fortuna


L’Oms non si stanca mai infatti di invitare tutte le autorità dei paesi -presi d’assalto- a controllare con attenzione lo stato di salute degli immigrati e a non transigere nei centri di prima accoglienza sui problemi igienici




L’Oms e il suo impegno a difesa della salute
Vigilare severamente sugli immigrati dal punto di vista sanitario non significa affatto essere «razzisti»
di Vincenzo Pitaro

ANNI FA, QUANDO LO SCRITTORE E GIORNALISTA americano Paul Johnson scrisse che entro il Duemila sarebbe cominciata l’invasione dell’Europa da parte di migranti provenienti soprattutto dal Medio Oriente, Africa, Asia e dai paesi balcanici, pochissimi in Italia ci credettero.
«Fantastoria», disse addirittura - con stile lapidario - un ministro al Tg1.
Oggi, guarda caso, non solo tutti riconoscono che Johnson aveva ragione, ma ammettono finanche che il flusso degli immigrati è destinato ad aumentare e che è assolutamente irrealistico aspettarsi una tregua o una diminuzione degli arrivi. I grandi sociologi, i diplomatici, gli esperti delle Nazioni Unite sostengono che il fenomeno migratorio intercontinentale è in forte crescita, sebbene l’Europa sia ancora ben lontana dall’avere una società multirazziale, più o meno come quella degli Stati Uniti.
Ogni giorno, a centinaia, entrano in Europa.
Ogni giorno incontriamo gli sguardi disperati di bambini albanesi, curdi, kossoviani reduci dalla traversata in mare con gli ormai noti mezzi di fortuna. Ogni giorno decine e decine di algerini e di famiglie provenienti dalla Guinea, Costa d’Avorio, Togo, Sierra Leone giungono in Italia. E questo è poco se teniamo conto del fatto che non è dato di sapere il numero preciso dei rumeni, polacchi, bulgari, eccetera, che quotidianamente intraprendono viaggi avventurosi per poi spargersi in Italia e in Europa. Sarebbero numerosi anche gli ucraini e i bielorussi che - percorsa la Polonia e, attraversate Slovacchia o Repubblica Ceca - sconfinano in Occidente.
Le nostre coste, insomma, continuano a confermarsi - quando per un motivo, quando per un altro - in buona parte incontrollabili.
E non ha tutti i torti la Stampa estera quando sostiene che l’Italia era e rimane il «colabrodo dell’Europa», l’anello più debole della Comunità.
Al momento non v’è dubbio che l’Italia è sempre uno dei paesi più accessibili per gli immigrati, ma – per amor del vero – sarebbe il caso di aggiungere [al resoconto di alcuni mass media inglesi] che nemmeno gli altri Paesi ci scherzano sopra.
In Inghilterra, in un solo anno, sono riusciti ad entrare circa trecentomila mila emigranti.
Oggi, su una popolazione che si aggira intorno ai 60 milioni, vivono un milione e duecentomila indiani, altrettanti fra africani e pakistani, più un imprecisato numero di cinesi.
La loro entità non cresce per via delle severe leggi e le disposizioni adottate dal governo.
In Germania [82 milioni di abitanti] vi sono oggi 7 milioni di stranieri di cui 2 milioni e 200 mila sono turchi, 500 mila curdi, a cui vanno aggiunti piccole quote di pakistani arabi, algerini e indiani. In Francia i gruppi etnici hanno una certa consistenza.
Sono il 6% della popolazione e solo gli arabi il 2,9% . In Belgio gli extracomunitari sono il 4% [per lo più turchi, marocchini, ecc.]. In Danimarca sono l’uno per cento [turchi da soli lo 0,7%].
Tutte percentuali eloquenti che dicono come l’Europa sia ancora ben lontana dall’essere una società interazziale. Lo sarà forse più in avanti se continueranno ad arrivare emigranti, contro cui i governi della Comunità Europea mai prenderanno comuni misure veramente restrittive. Per quale motivo?
Per ragioni di civiltà, per solidarietà cristiana e umana o perché non si può dire no a gente che chiede asilo politico, a coloro che fuggono da zone di guerra e a quelli che lasciano la fame, gli stenti, le carestie e le miserie che affliggono i loro paesi d’origine.
Insomma è difficile, oggi come oggi, prevedere una politica di rigore, come ad esempio vorrebbero i britannici. Uno dei tanti motivi per cui l’Inghilterra non è entrata da subito nel sistema monetario dell’euro potrebbe essere -stando a qualche loro indiscrezione - anche questo. Gli inglesi, in pratica, non vedrebbero «chiara» la linea politica europea adottata [o da adottare] nei confronti degli immigrati. Su un punto solo i Paesi dell’Europa Unita continuerebbero a tutt’oggi, all’unisono, a fare la voce grossa e i «duri» con gli immigrati: sul piano sanitario.
L’OMS [ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ] non si stanca mai infatti di invitare tutte le autorità dei paesi - presi d’assalto - a controllare con attenzione lo stato di salute degli immigrati e a non transigere nei centri di prima accoglienza sui problemi igienici.
Nonostante sia accusato di «razzismo» da tanti governi d’Asia e d’Africa, l’OMS non deflette da questa politica di rigore. Controllare lo stato di salute, d’altronde, non significa affatto essere razzisti. Anzi.
Ci ricorda la storia che, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, milioni di europei, tra cui tanti italiani, emigrarono negli Stati Uniti.
Anche nei loro confronti si verificò più o meno la stessa cosa. Le domande che i funzionari di polizia rivolsero loro nell’occasione – come qualcuno ebbe modo di ricordare - furono piuttosto discrete. Precise, minuziose, inesorabili, si rivelarono invece quelle degli addetti alla sanità. Era già allora famoso a New York il centro di Ellis Island, dove tanti venivano trattenuti in quarantena. Bastava un piccolo sfogo della pelle per esservi rinchiuso.
Oggi a Ellis Island - pensate un pò - vi ha sede un grande museo dell’emigrante.
Ciò che l’OMSnel Terzo millennio teme di più con gli stranieri sono pur sempre le epidemie.
Gli immigrati che bussano alle porte dell’Europa -stando a quanto sostiene- «possono essere portatori di malattie e virus ». I virus, si sa, non arrivano solo con le carni importate o con le fragole provenienti dal Guatemala. Potrebbero arrivano anche con gli immigrati e, se affetti da malattie, un’epidemia farebbe presto a svilupparsi.
Terribili calamità vengono ricordate anche dalla Letteratura italiana. Il Decamerone del Boccaccio è il frutto dei racconti di «donzelle e gentiluomini» rifugiatisi in una villa per evitare il contagio. Famosa anche la pestilenza che colpì Milano nel 1600, ricordata dal Manzoni nei Promessi Sposi, con i suoi «untori » e «lazzaretti».
L’influenza detta spagnola che si abbatté sul mondo intero tra il 1918 e il 1919 uccise - come si ricorderà - ben 40 milioni di persone.
Oggi, nonostante i progressi fatti dalla medicina e la guerra che tanti laboratori fanno ai virus, l’umanità continua ad essere minacciata dalle epidemie, anche a causa di tante mutazioni genetiche di molti microbi, tutti nuovi e aggressivi. Lo scopritore della penicillina, Fleming, ebbe sempre dei dubbi sull’efficacia della sua scoperta. Diceva: «eliminando l’infezione non insegniamo forse a tanti microbi come sopravvivere e svilupparsi ovunque?».
Ci è capitato recentemente di leggere che Tbc, otiti o infezioni di salmonella sarebbero per l’OMSconsiderati potenzialmente ancora incurabili sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli industrialmente avanzati.
Per di più, con la malaria che spadroneggia in Africa Centrale, nell’America del Sud, in Medio Oriente, nel Sud Est asiatico e che fa, ogni anno, milioni di morti, anche fra turisti occidentali, è un «male» che l’OMS continui ad esortare le autorità dei Paesi presi d’assalto dagli immigrati a controllare rigorosamente il loro stato di salute? No, di certo! Fa bene ad invitare tutti a non transigere.
Neanche sul più piccolo, e apparentemente innocuo, problema igienico.