MTM n°26
MEDICAL TEAM MAGAZINE
Anno 9 - Numero 1 - set/nov 2010
Cultura - Filosofia
 


Ilario Santostefano
Ilario Santostefano


Anno 9 - Numero 2
set/nov 2010

 

Come la materia che è destinata a finire può non finire?


Dicono sia stato lui a stabilire la divisione dell’anno in quattro stagioni e in 365 giorni




Talete il sapiente, il politico, lo studioso
Talete fu un filosofo poliedrico. Ebbe un ruolo fondamentale nella vita della sua pòlis, si interessò di astronomia, di geometria, di matematica; questa multiformità speculativa è attestata da numerosi frammenti pervenutici

di Ilario Santostefano

Particolare: “La Scuola di Atene” di RaffaelloLa figura di Talete riassume in sé gran parte delle caratteristiche dello status del filosofo: fu considerato un sapiente (nell’accezione di amante della sapienza); si occupò di politica (tutti i filosofi greci scorgono nell’attività politica la meta finale della loro azione speculativa); si rivolse allo studio della natura (nel senso che la natura rappresenta tutta quanta la realtà, il tutto dell’essere); non lasciò niente di scritto (nel senso che è la parola custodita in se stessi la scaturigine prima della speculazione filosofica).
A tale proposito Diogene Laerzio scrive: «…per primo ebbe il nome di sapiente sotto l’arcontato di Damasio in Atene…Si rivolse, dopo essersi occupato di cose politiche, allo studio della natura, ma secondo quanto affermano alcuni non lasciò niente di scritto». Nello stesso frammento Diogene Laerzio dichiara: «Alcuni affermano che fu il primo a sostenere che l’anima è immortale…». In quest’ultima affermazione è importante rilevare quanto segue: l’essere umano non soltanto è dotato di corpo, non esaurisce se stesso nella dimensione corporale perché sembra esserci qualcosa che supera, che va oltre la sua costituzione materiale (vedremo, in seguito, che non sarà così per Talete, ma ciò non si verificherà senza contraddizione); la condizione umana porta in sé uno spazio che non è consustanziale al corpo.
Ancora Diogene Laerzio: «E diede inizio, secondo alcuni, alla riflessione intorno alla natura». Ecco l’interesse prevalente della riflessione di Talete: l’indagine naturalistica. La natura a cui pensa Talete non è la natura a cui pensiamo noi, oggi, indagata dalle scienze naturali, ma il tutto pensato dalla filosofia, l’intero della realtà senza specificazioni settoriali. Diogene Laerzio: «Aristotele e Ippia affermano che Talete attribuiva un’anima anche alle cose inanimate…». Talete sembra non avere un’idea precisa dell’anima, non distingue tra cose animate ed inanimate; come l’uomo è dotato di anima immortale, anche tutte le cose possiedono un’anima della stessa natura dell’uomo; non c’è, quindi, una differenziazione di natura fra le cose, tutto sembra avvolto in questa immortalità dell’anima. È questo il debito che ancora la filosofia sta pagando al mito? Il problema che si pone adesso è il seguente: come un’anima immortale può consistere in un corpo mortale? Come la materia che è destinata a finire può non finire? Vedremo come il nostro filosofo risolverà questa contraddizione.
Talete fu un filosofo poliedrico. Ebbe un ruolo fondamentale nella vita della sua pòlis, si interessò di astronomia, di geometria, di matematica; questa multiformità speculativa è attestata da numerosi frammenti pervenutici. Diogene Laerzio: «Si rivolse, dopo essersi occupato di cose politiche, allo studio della natura.
Callimaco afferma nei suoi giambi che si deve a lui la scoperta dell’Orsa Minore: «ed ha scoperto, si narra, le stelle del carro,/che fanno da guida alle navi fenice». Sembra, secondo alcuni, che per primo abbia indagato gli astri e predetto i solstizi e le eclissi del sole, come dice Eudemo nella Storia dell’Astronomia. Talete riuscì per primo a determinare il corso del sole da un punto solstiziale all’altro e per primo, affermano alcuni, stabilì che la grandezza del sole è la 720° parte(del cerchio da esso percorso e così quella della luna) rispetto al suo cerchio. Panfile sostiene che aveva imparato la geometria dagli Egiziani e che per primo riuscì ad inscrivere un triangolo rettangolo in un semicerchio….Talete diede il massimo impulso a quelle scoperte che, come dice Callimaco nei suoi giambi, furono poi fatte dal frigio Euforbo, «lo scaleno e il triangolo equilatero» ad esempio e tutto ciò che riguarda la teoria delle linee. Anche nelle cose politiche sembra sia stato un ottimo consigliere.
Il sole che illumina la terraQuando Creso inviò un’ambasceria ai Milesi per stringere alleanza, egli riuscì ad impedirla, e con questo salvò la città perché la vittoria rimase a Ciro…Dicono sia stato lui a stabilire la divisione dell’anno in quattro stagioni e in 365 giorni… Ieronimo afferma che Talete ha calcolato l’altezza delle piramidi dalla lunghezza della loro ombra, misurata nel momento in cui l’ombra è esattamente uguale all’altezza del corpo umano.
Questa testimonianza di Diogene Laerzio attribuisce a Talete scoperte non sue e che certo avrebbe fatto proprie acquisendole durante i suoi viaggi. È certo che si recò in Egitto, meta privilegiata, al tempo, di ogni studioso della natura. La scienza egiziana aveva compiuto dei progressi notevoli nel campo delle matematiche, anche se non era riuscita a delimitarne il suo ambito strettamente teoretico. È noto che la divisione dell’anno solare in 365 giorni fu di origine egiziana. Gli studiosi egizi calcolavano lo scorrere del tempo attraverso il modo di proiettarsi dell’ombra del sole. Di questa ombra ne osservavano la riflessione costante sempre in un’unica direzione a mezzogiorno, proprio nel momento in cui risultava più corta. Pervennero, in questo modo, alla definizione di meridiano, in quanto l’ombra del meriggio divideva l’orizzonte per mezzo di una linea che si apriva su due direzioni precise, il nord e il sud. Si accorsero, mediante delle osservazioni mirate, che in alcune stagioni il sole sorgeva e tramontava più distante rispetto ad un punto di riferimento e, in alcune altre, tale distanza diminuiva in relazione ai due poli settentrionale e meridionale.
Riuscirono a capire, inoltre, che tale fenomeno poteva essere collegabile alla maggiore o minore lunghezza dell’ombra riflessa: quando il sole si spostava sulla meridiana in direzione nord, l’ombra proiettata da essa si configurava più corta, nel caso contrario si assestava su di una estensione più lunga. Ebbene, gli astronomi egiziani si avvidero che in un giorno particolare dell’anno solare l’ombra riflettentesi sulla meridiana, che per l’osservatore consiste nel meridiano di longitudine che congiunge il nord con il sud, era la più breve possibile e venne denominata solstizio d’estate, che cade il 21 giugno. A causa di tale osservazione gli egiziani, difatti, misuravano l’estensione completa di un anno solare lungo l’intervallo di tempo che separava un solstizio d’estate ad un altro. Nella loro pratica astronomica gli studiosi egizi si resero consapevoli anche del fatto che, nel passaggio da una stagione all’altra, il sole sorgeva e tramontava non più in direzione nord-sud, come nei solstizi (estivo ed invernale), ma situava la sua traiettoria precisamente a metà strada fra i punti nord e sud sull’orizzonte, cioè ad est e a ovest; in questo modo si venivano a determinare due altri momenti dell’anno solare chiamati, a seconda del tragitto del sole, equinozio di primavera ed equinozio d’autunno, rispettivamente collocantisi nei giorni 21 marzo e 23 settembre.
Per riuscire a comprendere questi calcoli è necessario avere dei punti di riferimento che consentano la misurazione.
Lo zenit innanzitutto, che altro non è che la perpendicolare immaginaria che si distacca da un punto posto sopra la nostra testa e che va ad incontrare una verticale che riflette l’ombra del sole sulla longitudine nord-sud. La linea dell’orizzonte necessaria per poter predisporre i quattro punti cardinali su uno stesso piano. Posti questi punti di riferimento il calcolo dell’ombra solare diviene possibile perché il sole incontrando con i suoi raggi la verticale, che altro non è che il prolungamento del punto zenitale, forma sull’asse di longitudine un lato di un triangolo, la sua base. Se si segue il mezzogiorno degli equinozi ci si accorgerà che la luce del sole, arrivata ad un certo punto del suo percorso, incrocerà l’apice della verticale, lo zenit, costituendo, insieme all’ombra proiettata ed alla verticale stessa, un triangolo rettangolo alla base più due angoli acuti. A questo punto diventa semplice misurare la distanza zenitale del sole: dato un triangolo rettangolo ABC, con l’angolo nel punto B di 90°, l’angolo nel punto C sarà 90°- A, mentre l’angolo nel punto A sarà 90°- C, essendo la somma degli angoli interni di un triangolo di 180°. La distanza zenitale è data dall’angolo in C uguale all’angolo corrispondente che verrà a formarsi dall’intersezione dell’inclinazione dei raggi solari con la linea che si prolunga verticalmente dal punto zenitale.