MTM n°27
MEDICAL TEAM MAGAZINE
Anno 10 - Numero 1 - dic 2010/feb 2011
L'angolo
 


Chiara Pileri
Chiara Pileri

Anno 10 - Numero 1
dic 2010/feb 2011

 

Claudio Castellini non è solo un abile fumettista, un disegnatore di eroi: ma lui stesso un autentico mito per tutti i veri appassionati di Nuvole parlanti


Artisti si nasce, ma non esiste un artista puro, incontaminato da qualsiasi influenza esterna, significherebbe non aver mai “guardato”


L’intrattenimento digitale si sta sostituendo all’esercizio della lettura, e le nuove generazioni stanno perdendo il gusto del cartaceo




CLAUDIO CASTELLINI E LA SUA ARTE DEL FUMETTO

di Chiara Pileri

Claudio CastelliniUn grafico di talento, un artista, un “operatore dell’immaginario collettivo”, come si autodefinisce. Forse un predestinato, di sicuro un uomo che ha saputo e voluto trasformare le proprie utopie e fantasie in progetti concreti, attraverso tenacia, sacrifici e studio costanti.
Romano di nascita, classe 1966, è uno dei maestri del fumetto contemporaneo dotato della sorprendente capacità di realizzare veri e propri “film a fumetti” che da sempre popolano la sua mente. Il curriculum professionale, impressionante, racconta una storia e un’evoluzione artistica che sembrano procedere a balzi spazio-temporali, per importanza e qualità dei lavori compiuti.
Debutta alla grande per Sergio Bonelli, istituzione e vanto dell’italico fumetto, disegnando due storie (nel 1989 e nel 1990) sull’amatissimo indagatore dell’incubo, Dylan Dog.
Sempre per la casa editrice dove è nato il Ranger per eccellenza, Tex Willer, crea l’immagine grafica di un altro eroe di carta dalle peculiarità molto umane: Nathan Never, agente speciale in un futuro fantascientifico che descrive una società non troppo distante dal nostro presente per caratteristiche e problematiche. Di questo mondo realizza anche l’iconografia di base. Dopo un brillante inizio italiano decide di cercare fortuna in America, patria dei Super Eroi, influenzato da due autentici mostri sacri statunitensi, John Buscema e Neal Adams, dai quali “eredita” (forse per le misteriose affinità elettive che si stabiliscono tra artisti) una cura maniacale per il dinamismo anatomico. La matita magica che dà vita ai suoi mondi gli permette di raggiungere un altro traguardo storico del fumetto: è stato il primo disegnatore italiano ad iniziare una collaborazione con la MARVEL e con la DC COMICS (le majors storiche dei fumetti a stelle e strisce), acquistando così grande popolarità negli USA e disegnando le principali icone del fumetto, da Spiderman a Superman, da Wolverine a Batman, per proseguire con Conan, Fantastici 4, Silver Surfer e molti altri. Sono veramente pochi i personaggi che non sono stati immortalati almeno per una copertina.

Claudio Castellini: italiano per cittadinanza, cosmopolita per livello artistico.
Come ti definiresti se ti chiedessi qual è la tua professione?
Operatore grafico dell’immaginario collettivo, dal lontano 1989.
illustrazione di Claudio CastelliniTi diverti a fare ciò che fai?
Penso di essere nato per questo lavoro, e fino ad ora non ho avuto mai ripensamenti. Avendo delle doti innate avrei potuto dedicarmi ad altre forme artistiche contemporanee come la pittura o la scultura, ma ho scelto quella che -insieme al cartone animato- unisce al disegno la narrazione di una storia. Creare fumetti è come raccontare e girare un film attraverso una serie d’immagini. La pura illustrazione ad esempio propone immagini significative ma statiche mentre fare fumetto vuol dire dar vita ad un set, completo di personaggi, luoghi e situazioni recitate. È un momento magico in cui mi calo nei panni di attore, tecnico delle luci, scenografo, e soprattutto di regista per imprimere attraverso la scelta delle inquadrature il mio personale taglio e ritmo narrativo.
Qual è secondo te la dote indispensabile che bisogna possedere per fare questo tipo di lavoro?
Dando per scontata la dote naturale, ovvero, quella predisposizione innata che un qualsiasi artista deve avere, io direi che è fondamentale la passione e la dedizione per questo lavoro ed occorre molta memoria visiva. Bisogna osservare il mondo sviluppando la capacità di “guardare”con attenzione avendo una percezione più profonda di ciò che ci sta davanti e apprezzandone fotografia luci e colori, non semplicemente “vedere” con superficialità. Camminando per strada, mi lascio spesso catturare da alcuni dettagli, come la piega di un vestito o un volto particolarmente caratteristico e cerco di imprimere il tutto nella mia memoria perchè può sempre tornarmi utile.
Artisti si nasce, ma non esiste a mio parere un artista puro, incontaminato da qualsiasi influenza esterna, significherebbe non aver mai “guardato”. Anche in maniera inconsapevole attinge sempre ad un bagaglio visivo che ha immagazzinato nel corso della sua vita.
Per questo prendere come modello un maestro può essere utile se non inevitabile agli inizi, permette di avere un imprinting di base che serve da punto di partenza e di riferimento per il proprio percorso artistico. A questo è però importante associare uno studio oggettivo della materia. Mi spiego meglio. Prendiamo ad esempio l’anatomia. Se ci si limita a seguire lo stile del disegnatore preferito si parte dalle conclusioni di un altra mente artistica, dal suo studio soggettivo, ma non si arriva alle proprie soluzioni grafiche, mentre la via più costruttiva è quella di trarre ispirazione e spunto dalla sua lezione per poi maturare una visione personale. Ragione per cui, ad un certo punto della mia crescita professionale mi sono messo in discussione e pur essendo già capace di disegnare l’anatomia umana per istinto e per diretta assimilazione del mio modello e mentore John Buscema ho ripreso a studiarla su libri accademici per avere una maggiore conoscenza scientifica e oggettiva. Da allora il mio stile è diventato sempre più personale ed ho sviluppato la “mia” interpretazione grafica della realtà.
illustrazione di Claudio CastelliniPrendendo in considerazione il momento di crisi che ha investito tutte le professioni, nessuna esclusa, quali consigli daresti ad un ragazzo che sta per intraprendere la tua stessa carriera?
Sicuramente non stiamo vivendo un buon momento per il mercato dei fumetti; l’intrattenimento digitale si sta sostituendo all’esercizio della lettura, e le nuove generazioni stanno perdendo il gusto del cartaceo.
Per riguadagnare l’interesse del lettore d’oggi, attento ed esigente, occorre garantire un prodotto competitivo per qualità ed attualità, perciò è indispensabile una forte preparazione tecnica e capacità artistica. Il mio consiglio è quindi, in termini di penetrazione nel settore, specializzarsi in un compito ben preciso, come può essere quello del matitista o dell’inchiostratore. Beninteso che se si hanno le capacità per fare entrambe le cose allo steso livello qualitativo molto meglio, ma dovendo ottimizzare i tempi alla ricerca del lavoro è molto più saggio concentrarsi su un ruolo e mirare ad essere altamente professionali che non disperdere energie nel cercare di fare tutto senza eccellere in niente, qualora ci fosse questo rischio. Le case editrici americane in questo senso insegnano: la figura del matitista è nettamente separata dalla figura dell’inchiostratore. Questo permette a molti artisti che nascono come rifinitori di svolgere il ruolo d’inchiostratore pur non essendo dei formidabili disegnatori. Lo stesso vale invertendo le figure.
Quali sono i pro e i contro che questo tipo di lavoro ti riserva?
Amando così tanto la mia professione riesco a pensare solo alle soddisfazioni che mi ha regalato. Sicuramente bisogna essere preparati a sostenere un ritmo di lavoro molto impegnativo e che richiede una profonda immersione in quello che si fa, a volte la concentrazione è tale che fatico a “tornare alla realtà”. Inoltre, come ogni libera professione del resto, il calendario è un opinione e bisogna essere pronti a sacrificare giorni festivi e anche nottate in caso di scadenze urgenti. Il contro è quindi il rischio che un’attività senza limiti e senza orari come questa ti assorba “la vita”e ti impedisca di avere rapporti sociali normali e soddisfacenti ma col tempo ho imparato a dominare il mio lavoro piuttosto che esserne schiavo. I pro sono le grandi emozioni che si ricavano dall’esprimere la propria fantasia e creatività e dal modellare e alimentare l’immaginario collettivo traendo poi forza e a mia volta“nutrimento” dal feedback emozionale delle persone che mi apprezzano e mi seguono da anni, una sorta di scambio di energie. Presto o tardi ogni artista si ritroverebbe vuoto senza il suo pubblico.
illustrazione di Claudio CastelliniQual è stato il primo personaggio che hai disegnato?
Quando vidi per la prima volta i super eroi americani mi colpì Silver Surfer, personaggio affidato alla matita di John Buscema, uno dei più grandi autori di fumetti statunitense e da subito lo elessi a modello. C'è un episodio che amo raccontare di quando Buscema venne a Prato, in occasione di una mostra di fumetti.
Il piacere di conoscerlo di persona era enorme, mi sarebbe bastato dirgli solo «grazie per avermi dato l'ispirazione giusta» ma accadde quello che avevo sperato.
Vide i miei fumetti e rimase talmente colpito che disse «tu devi lavorare per l’America», e di sua spontanea volontà si offrì di portare in visione alla MARVEL COMICS i miei disegni. Tom DeFalco, l’editor in chief della più famosa casa editrice mondiale, mi contattò pochi giorni dopo dicendomi qualcosa come «la MARVEL vuole te, scegli il personaggio che preferisci». Mi avevano dato addirittura carta bianca e così scelsi proprio Silver Surfer, il personaggio che, disegnato da John, aveva fatto nascere in me la passione per i fumetti. Il cerchio in questo modo si chiudeva. Per disegnare 46 pagine della graphic novel dedicata a Silver Surfer -“Dangerous artifacts”- impiegai quasi un anno e mezzo! Posso definire questo primo lavoro come la mia opera omnia, premiata con lo “Yellow Kid”, ovvero l’oscar del fumetto italiano, nel 1995.
È cambiato il tuo gusto grafico dal momento dell’esordio ad oggi?
Certo, è inevitabile. Questa evoluzione, o processo di maturazione artistica non finisce mai, o almeno si spera sempre di migliorare e plasmare il proprio stile secondo nuove idee e suggestioni in base anche alle esperienze di vita ed ai gusti che cambiano con gli anni. Quando ero più giovane avevo un desiderio irrefrenabile di dimostrare al mondo tutto quello che sapevo fare e questo è facilmente riscontrabile in “Dangerous Artifacts” dove la ricerca del particolare è maniacale e l’opera risulta di una complessità difficilmente godibile in rapporto al formato di stampa (le tavole originali, enormi, hanno tutto un altro impatto).
Per me fu come una sorta di liberazione stilistica ed espressiva dagli schemi italiani nei quali mi sentivo incatenato. Crescendo ho capito che proseguire con una linea grafica di questo genere poteva essere controproducente, sia perché necessitava di lunghissimi tempi di lavorazione, artisticamente produttivi ma lavorativamente sconvenienti e sia perché mi sono reso conto che per quanto sia giusto esprimersi in maniera libera, bisogna comunque trovare il compromesso nel conformarsi alla sceneggiatura, mettersi al servizio del racconto. La grafica non deve sempre e comunque venir fuori con prepotenza, altrimenti si rischia di nuocere alla storia se questa si indirizza verso tematiche più introspettive. In una parola sono diventato col tempo più interprete. Nei miei fumetti comunque, se questo non contraddice la sceneggiatura, continuo a privilegiare una regia dinamica che utilizza audaci angoli prospettici per dare ritmo alle scene. Creo il movimento, esasperando l’anatomia dei personaggi e la mimica delle loro posture. Concepisco il fumetto come un film, una pellicola dalla quale vanno estrapolati i fotogrammi migliori, le immagini più rappresentative ed evocative, quelle che da sole raccontano senza bisogno del supporto dei dialoghi.