MTM n°28
MEDICAL TEAM MAGAZINE
Anno 11 - Numero 1 - gen/apr 2012
Cultura - Musica
 


Lucio Sessa
Lucio Sessa

Anno 11 - Numero 1
gen/apr 2012

 

È un ritorno al passato, ma in senso astratto:asciutto,denso di inventiva, laddove forza delle idee e creatività superano sempre una tecnologia fatta di sovraincisioni e tecnologia. Album bellissimo




GLI ARCTIC MONKEYS
In "Suck it and see", questo il nome dell'album, c'è dentro tutto,dai Big Country ai Joy Division, agli U2. A tratti l'ascolto evoca grandi emozioni sopite
di Lucio Sessa

Gli Arctic MonkeysALBUM ACCOLTO FREDDAMENTE dalla critica, come da prassi quando c'è da incensare una band nuova per poter gridare alla scoperta miracolosa da parte di chi, non essendo riuscito nella propria esistenza a vivere di musica, deve comunque sentirsi partecipe di qualcosa di buono, e dove al contrario si tende a distruggere quando qualcuno si è già affermato. Invece, si tratta di un lavoro frutto di una crescita esplosiva ed esponenziale, che innalza il gruppo dallo status di ottima teen-agers band, proiettandolo in una dimensione di rinnovata grandezza.
Si apre con "She's thunderstorms": nell'incedere fuori dallo schema stile "scheggia impazzita" che pure li aveva fatti apprezzare molto, si capisce che qualcosa è cambiato. Sì. Il brano dopo 20 secondi si apre ad una profonda consapevolezza: quando si punta sulla musica e non si teme la melodia nell'ambito di un rock non melenso ma immediato, vuol dire che si è sicuri di cosa si voglia proporre. Se possa piacere o meno, non importa : «questo è ciò che vogliamo dire adesso», devono aver ragionato più o meno così, gli Arctic. Ed hanno fatto bene.
Black Treacle, richiama ancora al vecchio marchio "arctic", ma si inizia ad intravedere qualcosa in merito alla crescita di cui si parlava in apertura : le improvvise deviazioni che li hanno resi celebri, lasciano il posto ad una logica diversa, apparentemente più lineare. In realtà il tutto scorre come deve, quando non si teme appunto di scadere nella banalità (al contrario di quando si ricerca sempre e comunque l'originalità a tutti i costi, preponderante quando le idee sono poco chiare). "Brick by brick", si stacca dal passato pur brillante del gruppo e si avvia nel solco del rock contaminato dall'aspetto principale: le idee. Il brano è cangiante nei ritmi ma non nella sostanza. "The Hellcat", 4° episodio, si avvia leggero in un avvitamento melodico di colori tenui, una sorta di ballata già goduta con molti gruppi, dai Pixies ai fratelli Reid. Segue "don't sit down": chitarre "lunghe" in riff e ritmica d'impatto, bel brano interlocutorio che precede "Library pictures", capitolo che riesce a coniugare la proverbiale forza d'impatto degli Arctic con una tradizione ormai sopita ma che si ritrova, come spesso accade nei gruppi che crescono all'improvviso, forse senza accorgersene. "All my own stunts" chiude un cerchio che parte dalla quarta traccia, costituendo una sorta di effetto-domino che fa sembrare questi brani come una canzone unica. "Reckless serenade" riporta costantemente al centro di un progetto musicale del quale gli Arctic sembra abbiano deciso di raccoglierne saldamente il testimone: UK, un contenitore che racchiude dai migliori Jesus &MC ai migliori Blur ed a tutte le band d'oltremanica che ne hanno chiosato la storia musicale. "Piledriver waltz", semplice sognante brano a tratti ricorda addirittura qualcosa dei Pavement, band statunitense ma avvinghiata all'Inghilterra, proponendo però una diversa pulizia del suono amplificata da una intensa lirica di fondo."Love is a laserquest", afferma con delicata ma perentoria fermezza che forse, dopo anni, abbiamo trovato un gruppo di concreto riferimento: gli Arctic Monkeys hanno spiccato il volo, pronti ad entrare nel mondo dei GRANDI in tutti i sensi. "Suck it and see", brano che ispira il titolo del disco, richiama ad una perentoria appassionata affermazione di un rock semplice ma vero, pulito, come da molto tempo non capitava di ascoltare: questo lavoro ricorda la miglior versione melodica ed al contempo energica e poetica degli U2, degli Stone Roses, dei Charlatans e di tutta quella scena british che fa di questa band un riferimento odierno di grande luce. "That's what you wrong", con le sue impennate "celtiche" dovute a riff di chitarra che ricamano il brano, scorre a chiudere un lavoro sorprendentemente bellissimo.