MTM n°3

 

MEDICAL TEAM MAGAZINE - Anno 2 - Numero 1 - gen/feb 2003

 


Persone e personaggi
 


Alessandra Malito
Alessandra Malito

Nicoletta Alborino
Nicoletta Alborino


Nino Manfredi e la medicina dell'ascolto
di Alessandra Malito e Nicoletta Alborino

Nino ManfrediLe riflessioni dell’attore che popola le pagine più brillanti della storia del nostro cinema, del teatro e della televisione. Nino Manfredi ci racconta il suo rapporto con la sanità.

Popolare maschera romanesca, ritratto appartenente alla galleria dei personaggi fortemente connotati dalla inconfondibile parlata capitolina. Nella commedia all’italiana rappresenta il quarto lato di un mirabile quadrato formato da Sordi, Gasman, Tognazzi e appunto Manfredi.
Saturnino si è definito come «un artista drammatico che fa dell’ironia», un umorismo senz’altro d’ascendenza pirandelliana, tangibile nelle vette interpretative del miracolato senza fede alla ricerca di Dio (Per grazia ricevuta, 1970) o dello sprovveduto emigrante italiano in Svizzera (Pane e Cioccolata, 1975) o non ultimo dell’avaro patriarca Giacinto (Brutti, sporchi e cattivi).

Qual’è il suo rapporto con la medicina?

Il mio rapporto con la medicina è iniziato a 14 anni, quando hanno scoperto che ero affetto dalla TBC. In quell’epoca la TBC era una malattia paragonabile, oggi, all’Aids: la gente cercava di evitare qualsiasi contatto con te, non potevi toccare nulla, mia madre era costretta a tagliarmi anche una semplice fetta di pane. Chiaramente questa parte della mia vita mi ha segnato moltissimo. In quell’epoca facevo parte, insieme ad altri ammalati del Forlanini, di una piccola orchestrina, che era stata chiamata ad esibirsi presso la sede della RAI; ebbene, quando passavamo nei corridoi si creava il vuoto, venivamo trattati come degli «appestati». Anche tra di noi, ci facevamo degli scherzi atroci; solitamente quando qualcuno moriva, si mettevano i paramenti bianchi intorno al letto; una mattina mi sono svegliato e ho trovato i paramenti attorno alla mia branda, vedevo che i miei compagni si facevano il segno della croce, muovevano le labbra ma io non riuscivo a sentire nulla, in quel momento ho pensato: strana la morte non sento niente, in fondo non è poi una cosa così brutta.
Sono riuscito a superare la malattia quando, alla liberazione dell’Italia, con l’arrivo degli americani, è stato importato l’antibiotico che ha significato la liberazione dalla TBC. Ho avuto tre volte l’estrema unzione e mi sento un sopravvissuto.
Questo evento mi ha donato una sorta di immortalità. Quando ti dicono che ti restano soli tre mesi di vita, mentre a 81 anni sono ancora qui a parlare con voi, ti senti un po’ immortale, nonostante i piccoli disturbi legati all’età.
Ha un rapporto di fiducia con il suo medico di famiglia?
Mi sono affidato completamente ad una dottoressa straordinaria dell’Ospedale Sant’Eugenio che si occupa della «terza età». È una persona molto brava e attenta.
Possiamo dire che ha fiducia nella struttura pubblica?
Direi proprio di si. La mia esperienza si limita all’Ospedale San t’Eugenio che è molto ben strutturato. Molti anziani trascorrono l’intera giornata al Sant’Eugenio facendo ginnastica, analisi o altre cure specialistiche, riuscendo a trasformare un day hospital in un momento di incontro con altre persone. L’ospedale ha inoltre organizzato un servizio di trasporto con pulmini attrezzati per le persone in difficoltà.
Ha esperienza di medicina alternativa?
Conosco lo yoga. Secondo me l’importante è che ogni medicina sia basata sull’ascolto: per essere di aiuto al paziente, il medico deve avere soprattutto «buone orecchie». Ben venga la medicina alternativa, ma sempre che alla base ci sia «la prevenzione». Tutti dovrebbero far proprio il principio della «prevenzione» attraverso una adeguata alimentazione, con il supporto dell’attività fisica e di una vita sana. Questi suggerimenti li rivolgo agli altri: purtroppo io non seguo queste buone abitudini, nonostante le continue sollecitazioni di mia moglie, faccio poco movimento, eccezion fatta per quando giro i film. Inoltre da quando sono affetto da diabete senile sono diventato anche piuttosto goloso.
Lei come si definirebbe?
Ma, in generale direi che l’attore è un atleta, pratica continuamente lo yoga anche senza rendersi conto, e riesce a comandare il proprio corpo attraverso la concentrazione, ha il dominio totale del proprio corpo anche nella malattia. Ad esempio ho notato che Mastroianni e Bramieri, durante le loro performance, nonostante fossero malati, guarivano per effetto di una inconsapevole e inspiegabile magia. È la passione che guida gli attori. Qualunque ruolo interpretiamo, diventiamo atleti perché ci muoviamo con tutto il nostro essere, con tutto il nostro fisico.
Quali sono i suoi programmi futuri?
Ho da poco finito di interpretare Garcia Lorca, e ho ricevuto l’offerta di partecipare a Oro, Incenso e Mirra di Maurizio Nichetti.
Ha ancora voglia di lavorare nel cinema?
Vivo un profondo conflitto, una parte di me partecipa volentieri, un’altra parte è ormai stanca e sente il bisogno di riposarsi, ma finisco sempre per accettare ciò che ritengo delle buone offerte.

 

«Audace colpo dei soliti ignoti» di Nanni Loy del 1959

«Anni ruggenti» di Luigi Zampa del 1962

«Anni ruggenti» di Luigi Zampa del 1962




«Audace colpo dei soliti ignoti» di Nanni Loy del 1959



Enrico Lancia

A scuola di teatro per essere attori
di Enrico Lancia

Su una prestigiosa rivista del passato L’illustrazione Italiana furono pubblicate, in periodi differenti, due interessanti interviste su cosa significava essere attori e cosa fare e concedere per diventare celebri.
Le due interviste erano rivolte a due miti dello spettacolo italiano: Ettore Petrolini e Aldo Fabrizi. Due grandi che, rispondendo alle domande, diedero prova di possedere un denominatore comune, quello di far comprendere al lettore (spesso anche spettatore) che, oltre al talento naturale, bisognava possedere spirito di sacrificio, grande umiltà, grande forza di volontà, grande perseveranza e grande rispetto del pubblico e, non ultimo, studio, studio, studio. E inoltre, agli inizi della carriera, accontentarsi di piccole parti, anche figurazioni, sopportare la polvere del palcoscenico, presentarsi al pubblico più vario con il controllo dei propri mezzi e di affettuoso omaggio rivolto a loro. Si parla di teatro, naturalmente! Perché è il teatro la gavetta più importante, quello che nel tempo ti fa emergere e diventare qualcuno. Oltre ai due mostri sacri di cui si è detto, anche Nino Manfredi ha dimostrato d’aver appreso tale lezione, applicandosi da giovanissimo per riuscire a diventare un affermato attore di teatro e, perché no, anche di cinema. E, con la tenacia e la dedizione tipica e quasi maniacale dei laziali a sud di Roma, è riuscito, lui Satumino da Castro dei Volsi (Frosinone), a diventare Nino Manfredi.
Ripercorrere la carriera di Manfredi in cinema è davvero un’impresa. Basterà solo riferire che dagli anni Sessanta in poi l’attore entra di diritto, con interpretazioni da antologia, nella mitica «commedia all’italiana».
All’alba del nuovo secolo Manfredi dimostra una vitalità del tutto invidiabile anche nell’affrontare anche un personaggio un po’ «scomodo» come l’anziano omosessuale in Un difetto di famiglia (2002) perla regia di Alberto Simone e in cui recita per la prima volta con Lino Banfi.
Un ruolo che Manfredi sostiene con eccezionale bravura e portentosa misura, senza scadere nel caricaturale o nel patetico. Ma d’altronde da un grande attore qual è, ci si aspettava questo, una performance di gran classe.